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Chi scrive li ha
conosciuti l’estate scorsa, a Camerata Cornello, in occasione di una gita
sociale allietata da una loro suggestiva esibizione di musiche e canti, con
tanto di vibrante suono del pìa baghèt.
Sto parlando del
gruppo “Samadur”, fondato e tuttora guidato da Piergiorgio Mazzocchi, di
Villa d’Almè, appassionato ricercatore di tanti aspetti della tradizione
bergamasca, con particolare riferimento appunto alla musica, agli strumenti
e alle canzoni. A lui e al suo collega Carlo Musitelli rivolgiamo alcune
domande per conto de “Il Giopì”.
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Come nasce e con
quali obiettivi il gruppo “Samadur”?
Mazzocchi. Nasce nel 1991 a Bergamo, da un gruppo di suonatori pieni di
passione che frequentavano la sede degli “Zanni”. Il nostro interesse
per le musiche e il canto tradizionale e la voglia di fare hanno
ispirato Roberto Gritti, capo degli Zanni stessi, introducendolo a
coordinare questo nostro impegno comune. L’obiettivo era da un lato la
riproposizione e la valorizzazione di questo nostro patrimonio musicale,
per non parlare della ricerca su tutto il territorio di quanto in questo
ambito era a rischio di sopravvivenza. Beninteso, per quanto mi riguarda
personalmente la ricerca era partita ben prima, fin dal 1970 avevo
cominciato a registrare musiche che verranno subito adottate dal gruppo
e messe in repertorio.
Parliamo degli strumenti tradizionali…
Mazzocchi. Utilizziamo diversi strumenti, a partire dal pìa baghèt
(la cornamusa bergamasca per chi non la conoscesse), il sìol (flauto
piccolo a 3 fori), il sivlòt (flauto dolce a sette fori più uno), i
tarlèk (specie di nacchere orobiche in legno), la tamborèla, la
fisarmonica e la chitarra. Alcuni di questi strumenti sono frutto di
scoperte personali sul territorio, come nel caso del sìol, del sivlòt e
dei tarlèk, per gli altri il discorso è diverso. Cosi per il baghèt ne
avevo solo trovato tracce, tuttavia, non soddisfatto dei modelli
proposti ho cominciato una ricerca mia presso vari liutai, anche
all’estero, per la ricostruzione più fedele possibile, in base a due
strumenti originali prestatemi da famiglie che li possedevano. Nel mio
lavoro ho coinvolto anche Carlo.
Carlo, come si è conclusa questa ricerca?
Musitelli. Per la verità la ricerca non è totalmente conclusa;
quanto abbiamo ottenuto è senz’altro ancora migliorabile e stiamo
lavorando sempre in questo senso. E questo vale anche per il riutilizzo
dei flauti dei flauti della Valle Imagna. Va detto che, alla pari di
altri appassionati per strumenti similari di diverse zone d’Europa, ci
sforziamo di non “inquinare” i modelli da noi proposti con innovazioni
tecnologiche che li snaturerebbero rispetto alle loro caratteristiche
tradizionali.
In che cosa consiste, normalmente, l’attività esterna del gruppo?
Musitelli. Più che di concerti veri e propri possiamo parlare di
animazioni in mezzo alla gente, con tanto di abiti tradizionali, ad
esempio i vestiti da pastore della Val Gandino. Suoniamo, cantiamo,
invitiamo alla danza i presenti, cercando cosi di coinvolgerli in questo
aspetto delle loro e nostre radici più profonde. Abbiamo constatato con
soddisfazione più di una volta che la gente sa apprezzare anche le
nostre composizioni quelle cioè scritte proprio da noi purché siano
fedeli allo spirito e ai canoni tipici della terra orobica. Cosi con il
mio “Scotìsh de Traaiàt” e per il “Valzer del Sped” di Piergiorgio.
D'altronde la tradizione, se vuol essere viva, non può e non deve
fossilizzarsi.
Per chi intendesse contattare il gruppo “Samadur”, segnaliamo il sito
www.samadur.org e gli indirizzi e-mail
giorgiomazzocc@tin.it e
macmusi@orobianet.it |