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h Il Flauto della Valle Imagna - di P. Mazzocchi g |
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La ricerca e
la riscoperta delle radici della nostra cultura alpino-padana, negli
ultimi decenni hanno portato alla rivalutazione e alla riproposta in campo
musicale delle nostre musiche tradizionali, dei canti e degli strumenti
usati nel passato e, in alcune aree, ancora presenti. Basti pensare al
piffero delle quattro province che, oltre al fatto di non essere mai
caduto in disuso, sta raccogliendo numerosi adepti. Ma mentre
l’attenzione dei ricercatori è sempre stata orientata verso il mondo
degli aerofoni “nobili” vale a dire delle cornamuse ( baghèt, musa,
piva emiliana, o comunque verso strumenti ad ancia doppia), con buoni
risultati nel riportare in auge strumenti che rischiavano l’estinzione,
ben poco è stato ritrovato in Padania circa strumenti di origine ancora
più umile. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che trattandosi di
strumenti poveri, erano realizzati con materiali destinati ad andare
incontro ad un facile deperimento. Si tratta spesso di strumenti costruiti
dallo stesso suonatore: flauti di canna , di sambuco, di nocciolo, di
corteccia, di osso o di corno… materiali facilmente reperibili e
sostituibili non appena lo strumento non rispondeva più alle esigenze del
suonatore. |
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Stabilire l’intonazione di questi strumenti non è facile, perché spesso variano in lunghezza, si può approssimare un Sol o un La, con una diteggiatura simile a quella del “baghèt”, ma come già detto l’ultima produzione era destinata a “giocattolo” più che a strumento vero e proprio. Tuttavia da ricostruzioni fatte da Ettore Losini (Bani), pifferaio piacentino, si sono ottenuti dei flauti in legno di bosso , di una buona potenza, tanto da poter suonare insieme ad una piva o ad una fisarmonica. Infatti l’Angiolini stesso non escludeva che in passato ci potesse essere una produzione con legni pregiati che potevano dare flauti di tipo “professionale” e che necessitavano di una maggiore attenzione nella loro preparazione, ma con ottimi risultati. La famiglia Angiolini ,oltre ad essere l’ultima a produrre i “siglocc” era anche la depositaria di un “segreto”: qualche antenato aveva scoperto che per far suonare meglio i flauti si doveva correggere il condotto dell’aria dal becco (dalle labbra del suonatore) alla finestra del flauto, a questo scopo avevano inventato un ferro,lo “scopelì” per compiere questa operazione che garantiva un sicuro effetto. Molti costruttori portavano a questa famiglia i flauti semilavorati per questa fase finale e per farli quindi suonare. Può darsi che questo accorgimento fosse conosciuto anche da altri (recentemente ho avuto modo di constatarlo su un “siglot” appartenuto ad un suonatore di “baghèt” in valle Seriana), ma sta di fatto che questa conoscenza, ultimamente, era portata avanti solo dal “Fortuno” il quale resosi conto che ormai era un segreto che non poteva più compromettere il suo “mercato” di buon grado ce lo svelò. Interessante la posizione delle dita che ci ha mostrato Angelo Manzoni nel 1985, campanaro che un tempo suonava il “siglòt”,( anche se privo di nozioni di teoria musicale”, la mano destra sta sulle note alte (attualmente si usa la sinistra) copre i primi quattro fori anteriori usando anche il mignolo, con la sinistra gli altri tre restanti. Anche in questo caso ci viene in aiuto la somma arte della Pittura: molto spesso si vedono, nei quadri antichi, suonatori di piva o di flauto che usano queste posizioni delle dita sullo strumento. Oltre ai flauti si producevano anche delle trombette simili a quelle ancora oggi usate durante il Carnevale e che davano lo stesso suono, non si tratta tuttavia di uno strumento, ma di giocattoli per bambini. Erano costituite di due parti: la “bochèta” e il “fond”, all’interno si collocava una linguetta di ottone simile a quella del clarinetto, fissata da un bastoncino incavato per il passaggio dell’aria chi amato “abbiöl”. Sia le trombette, sia i flauti erano sottoposti a bollitura in acqua e anilina, questo per essere sicuri di spedire anche lontano un prodotto che era garantito da eventuali crepe che potevano formarsi nel legno, e anche per motivo estetico. |
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